Italia – Resto del Mondo (2)

20 01 2009

Ricordate questo articolo?

Bene, oggi la Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Italia per violazione del diritto della protezione della proprietà privata e della Convenzione dei diritti dell’uomo.

da “repubblica.it


Punta Perotti, Italia condannata


“Violata la proprietà privata”


La Corte europea ha accolto la richiesta di indennizzo presentata dai costruttori dopo l’esproprio dell’Ecomostro abbattuto nel 2006


STRASBURGO – La confisca dei terreni di Punta Perotti, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, è avvenuta in violazione del diritto della protezione della proprietà privata e della Convenzione dei diritti dell’uomo.Alle società Sud Fondi, Iema e Mabar, che si sono rivolte alla Corte di Strasburgo nel 2001, i giudici hanno riconosciuto un indennizzo pari a 40mila euro ciascuna, 30mila per le spese processuali e 10mila per i danni morali.Per il movimento ambientalista italiano si tratta di uno schiaffo durissimo. L’abbattimento, nell’aprile del 2006, del complesso residenziale costruito sul lungomare di Bari ha rappresentato infatti una delle vittorie storiche contro gli ecomostri e l’illegalità edilizia.

Dopo un lunghissimo iter giudiziario e molte campagne d’opinione partite nel 1997, l’ultima parola era stata espressa dalla Corte di Cassazione nel 2001 con una sentenza che assolveva gli imprenditori dalle contestazioni penali, ma autorizzava la confisca dei suoli e degli immobili in quanto abusivi (sono stati realizzati a poche decine di metri dalla battigia) e attribuiti al patrimonio del Comune di Bari. Altri cinque anni sono stati poi necessari perché il gigantesco complesso fosse effettivamente raso al suolo.





Limite alla superficie minima degli alloggi è illegittimo

5 12 2008

La prescrizione di superficie minima dell’alloggio imposta dal Comune si risolve, in buona sostanza, in una limitazione dello jus aedificandi, che potrebbe trovare la propria giustificazione solo in motivi di ordine igenico e sanitario che, nel caso di specie, difettano.
Inoltre una tale limitazione inerisce ad un aspetto che non appare suscettibile di essere disciplinato, oltre certi limiti, dal potere dell’ente locale, potendo semmai trovare la propria definizione nella legislazione statale o regionale, anche al fine di evitare difformità di regolamentazioni. Nel rispetto della disciplina urbanistico edilizia rientra nella libertà di iniziativa costituzionalmente garantita dell’imprenditore, la scelta di edificare tipologie edilizie per una, due o più persone.
Tale libertà non può essere limitata o compressa ove non sussistono, come nella specie non sussistono, prevalenti e pregnanti ragioni di interesse pubblico.
Tali ragioni non possono evidentemente identificarsi in quelle igienico- sanitarie, che non sono affatto compromesse da alloggi di 45 mq., o nella esigenza di salvaguardare gli interessi dei residenti e di evitare uno scompenso del mercato, come dimostra la disciplina statale e regionale che ammette superfici inferiori.
Non si può non rilevare che sono le regole del libero mercato e la domanda di alloggi con superficie inferiore ai 45 mq. a determinare la scelta dell’imprenditore di realizzare abitazioni adeguate alle necessità sociali degli acquirenti, mentre un’eventuale inadeguatezza degli alloggi rispetto alle richieste del mercato, comporta un naturale squilibrio nell’offerta delle tipologie edilizie.

Questa, in sostanza, la motivazione che ha sostenuto la decisione assunta dal T.A.R. lombardo, in ragione della quale si è tornato a ribadire l’illegittimità dell’istituto della superficie minima degli alloggi di residenza.
La sentenza, peraltro, segue le precedenti segnalate in questa Rivista (TAR Abruzzo – L’Aquila, sentenza 27 gennaio 2005, n. 27 e relativa nota “I poteri di regolamentazione edilizia e i limiti: la superficie utile netta minima”), e si allinea all’indirizzo prevalente che vede nell’istituto di cui si parla un illegittimo esercizio del potere degli enti locali, i quali utilizzano i poteri regolamentari in materia edilizia per creare nuovi istituti la cui fonte non potrebbe che essere una legge regionale o, come minimo, statale.

In questa sentenza, però, c’è di più.

Il Regolamento edilizio impugnato in parte nel ricorso al Giudice Amministrativo lombardo prevedeva che la superficie minima fosse 45 mq “per le prime tre persone”: con questa formulazione, cioè, il Regolamento edilizio pareva non solo limitare la superficie, ma prevedere un numero minimo di abitanti per alloggio, ragionamento praticamente illogico, irrazionale e sintomatico di una situazione di incertezza quanto a compatibilità della scelta effettuata dall’amministrazione con le regole proprie dell’ordinamento di diritto urbanistico.
Ecco, questo ragionamento merita, a parere di chi scrive, un ulteriore approfondimento.
La questione è capire – come qualcuno mi aveva chiesto – quale relazione può instaurarsi fra la previsione di una superficie utile minima di una residenza e la particolare previsione contenuta nel D.I. n. 1444 del 1968.
Nella fonte interministeriale, come noto, si stabiliscono i rapporti tra spazi privati e spazi pubblici in dipendenza delle destinazioni d’uso impresse ai primi, e, ad un certo punto, si parla anche di quantitativi di superficie per ogni abitante insediato: l’articolo 3, ultimo comma, stabilisce che «ai fini dell’osservanza dei rapporti suindicati nella formazione degli strumenti urbanistici, si assume che, salvo diversa dimostrazione, ad ogni abitante insediato o da insediare corrispondano mediamente 25 mq. di superficie lorda abitabile (pari a circa 80 mc. vuoto per pieno), eventualmente maggiorati di una quota non superiore a 5 mq. (pari a circa 20 mc. vuoto per pieno) per le destinazioni non specificamente residenziali ma strettamente connesse con le residenze (negozi di prima necessità, servizi collettivi per le abitazioni, studi professionali, ecc.)».
Secondo alcuni, tale disposizione parrebbe porre le basi per legittimare in via indiretta l’apposizione di limiti minimi alle superfici.

Un ragionamento del genere non pare assolutamente sostenibile, in particolare per tre “macroscopiche” ragioni giuridiche, le quali impediscono di equivocare oltremodo la portata semantica e normativa della disposizione di cui si parla.

In primo luogo, il D.I. è, appunto, Decreto Interministeriale, fonte normativa di rango regolamentare e non legislativo, al punto che esso non mi pare strumento giuridico e legislativo sufficiente a fondare la devoluzione agli enti locali comunali di poteri e funzioni amministrative che non siano espressamente previste dalla legge.

In secondo luogo, la disposizione appena riportata ha un campo di applicazione ben delimitato: “ai fini dell’osservanza dei rapporti suindicati nella formazione degli strumenti urbanistici”, altrimenti detto, il ministero ha dettato regole per la fissazione dei rapporti minimi fra superfici private e superfici pubbliche, regole da trasporre nelle parti degli strumenti urbanistici che dispongono circa l’urbanizzazione (primaria e secondaria); inoltre, proprio il fatto che si parli di “strumenti urbanistici” e non si faccia cenno a quelli propriamente edilizi (fra i quali rientra, appunto, il Regolamento edilizio), pare allo scrivente una ragione sufficiente ad escludere che la norma richiamata possa fondare previsioni di carattere limitativo in ambito urbanistico.

In terzo luogo, la norma impone di assumere “che, salvo diversa dimostrazione, ad ogni abitante insediato o da insediare corrispondano mediamente 25 mq. di superficie lorda abitabile … eventualmente maggiorati di una quota non superiore a 5 mq»: superficie lorda abitabile, e non netta.

Il Giudice Amministrativo, dunque, e – ancora una volta – non manifesta dubbi sull’illegittimità dello strumento giuridico della superficie minima.

Via Altalex

QUI l’articolo completo e il testo della sentenza





Piccoli Berlusconi Crescono

15 07 2008


Leggendo questo articolo mi ci sono un po’ rivisto (LOL)

Nessun abuso edilizio. Nessuna violazione ambientale. Giuseppe Spinelli, l’amministratore delegato dell’Idra immobiliare spa, la società proprietaria di Villa Certosa, il buen retiro di Silvio Berlusconi a Porto Rotondo, è stato assolto dal giudice del Tribunale di Olbia da 13 capi imputazione. Il giudice Vincenzo Cristiano ha accolto le richieste del pubblico ministero Elisa Calligaris a conclusione di una vicenda giudiziaria cominciata quattro anni fa. Il giudice ha stabilito il non luogo a procedere nei confronti di Spinelli sia per le violazioni in materia ambientale (in quanto c’erano i nullaosta paesaggistici), sia per i lavori realizzati (per i quali erano stati pagati i condoni edilizi).

Il processo per i presunti abusi edilizi all’interno del parco della residenza estiva di Berlusconi era cominciato davanti al giudice del Tribunale di Olbia, Vincenzo Cristiano, il 6 maggio scorso. L’avvocato Niccolò Ghedini aveva consegnato al giudice i documenti relativi a ogni intervento eseguito all’interno del parco e le copie delle sanatorie, dei condoni e delle concessioni. Tra i lavori irregolari contestati a Giuseppe Spinelli, l’amministratore delegato della Idra Immobiliare, società proprietaria di Villa Certosa, vi erano un vascone di raccolta delle acque, diversi manufatti tecnici e una serra.

via Corriere della sera